RIFERIMENTI ARTICOLO Tipo di pubblicazione: metanalisi Titolo: The Risk of Bloodstream Infection in Adults With Different Intravascular Devices: A Systematic Review of 200 Published Prospective Studies Autore: Maki D.G. et al Rivista: Mayo Clin Proc. 2006 ;81(9):1159-1171 Scaricabile dal link: mayoclinicproceedings:org/article/s0025-6196(11)61227-5/fulltext ARGOMENTO Correlazione tra tipo di dispositivo e incidenza di CRBSI PERCHE’ QUESTO ARTICOLO Perché è una pietra miliare nella letteratura sulle CRBSI. Inoltre Maki introduce una nuova unità di misura delle CRBSI.

ABSTRACT:

OBIETTIVO Per comprendere meglio i rischi assoluti e relativi di infezioni ematiche (BSI) associati ai vari tipi di dispositivo intravascolare (IVD), abbiamo analizzato 200 studi su adulti pubblicati in cui ogni dispositivo nella popolazione in studio è stato valutato prospetticamente per l’evidenza di infezione associata e sono stati usati criteri microbiologicamente basati per definire la BSI correlata all’IVD.

CONCLUSIONI Esprimere il rischio di BSI correlato all’IVD per 1.000 IVD-giorni anziché BSI per 100 IVD consente stime piu’ significative del rischio. Questi dati, basati su studi prospettici in cui ogni IVD nella coorte di studio è stato analizzato per l’evidenza di infezione su criteri microbiologicamente basati, mostrano che tutti i tipi di IVD presentano un rischio di BSI correlato e possono essere utilizzati per raffrontare i tassi di BSI causate dai vari tipi di IVD in uso. Poiché quasi tutti gli sforzi e i progressi compiuti a livello nazionale, tesi a ridurre il rischio di infezione da IVD, si sono concentrati sui CVC a breve termine, non cuffiati utilizzati nelle terapie intensive, i programmi di controllo delle infezioni devono ora sforzarsi di applicare in modo coerente misure di controllo essenziali e tecnologie preventive con tutti i tipi di IVD.   COMMENTI Si tratta di un lavoro ‘cult’ principalmente per due motivi. Primo, perché in esso viene affermato con chiarezza che il rischio di CR-BSI grava su qualunque dispositivo. Ovviamente al variare del suo utilizzo, varia il rischio associato (es. i PICC intraospedalieri si infettano più di quelli domiciliari). Il secondo risiede nell’acuta osservazione che correlare il tasso di infezioni correlate al dispositivo in valori percentuali è sbagliato. In questo modo infatti non si tiene conto delle diversità tra i vari dispositivi in termini di tempo di permanenza. Visto che il rischio infettivo è direttamente proporzionale ad esso, è più corretto valutarne l’incidenza per 1.000 giorni catetere (pratica già adottata negli USA al tempo). In questo modo il parametro su cui si base l’analisi è omogeneo per tutti i dispositivi. È ovvio, come sostiene l’autore, che poi vi sono altri fattori quali le condizioni del paziente portatore del dispositivo, il grado di malattia, l’accuratezza nel registrare i dati sulle infezioni di ciascun ospedale che incidono anch’essi sul rischio infettivo per cui questo dovrebbe essere sempre calcolato su popolazioni omogenee di pazienti, cosa che è stata fatta dagli autori dello studio. Altra grande intuizione di Maki, riportata in questo articolo è stata l’invito a parlare di infezioni catetere-correlate (IVD-related) solo per quelle certamente dovute al dispositivo in presenza di metodi diagnostici appropriati. E’ grande merito di questo lavoro aver richiamato l’attenzione sul rischio d’infezione associato all’uso dei cateteri arteriosi fino ad allora considerati negli USA a basso rischio cosi’ come aver dimostrato che i PICC nei pazienti ricoverati presentano lo stesso rischio infettivo dei CICC.   NOTE Chi fosse interessato alla traduzione di questo articolo può contattarci e saremo lieti di metterlo a disposizione.